Kolkata

di Paola Poli
 

I sapori e gli odori ti rassicurano, Calcutta ti ha aspettata immutata. In realtà Calcutta non aspetta nessuno. Accoglie, accoglie milioni e milioni di volti, di occhi, di mani, e tra loro anche te, con noncuranza e amore.

Kalighat si risveglia ogni mattina, le suore al lavoro, ognuna con la sua testa, per fortuna. Una direttiva e mille opinioni, pensieri. Pensieri, parole, opere, qui lo tocchi con mano, lo vedi, lo palpi. E’ in loro, è in te. Aperte ma con sospetto. Non sanno chi sei, cosa fai. Loro sì che conoscono i loro degenti ma tu, con i tuoi aghi lucenti, tu che li sprechi e li butti, tu che ti aggiri spaesato con le tue poche certezze e tanti dubbi. Tu, lo vedono loro sai, che in fondo ti senti un po’ fuori luogo, lo sentono che sei a un passo dal prendere l’uscio. Ti portano al limite, insistono, chiedono, indagano, sguardi severi e pochi sorrisi. Quando ben tu sei lì in bilico tra il restare e l’andare ecco che ti lasciano spazio, ecco che improvvisamente sei solo. Il paziente è davanti, gli aghi in mano. Di lui sai poco, non lo comprendi. Di sè lui stesso sa poco e nessuno ne sa molto di più. Ti siedi un momento, ti raccogli, ti confronti e poi pungi. Funzionerà? Quel loro dubbio ora si affaccia anche in te, piccolo e subdolo. Funzionerà? Passerà la febbre? Avrà meno male? Ci guardiamo negli occhi noi due, uniti e stranieri ed alieni per tutti se non per noi. Si punge, siamo qui. Si punge con molto rispetto, tralasciamo il canale del cuore, troppo sotto sopra tutti, anche noi. Non lo sappiamo ancora ma non lo trattriamo per questo, non è saldo in noi. Il digestivo, quello sì, pasciuti italiani che siamo, il digestivo ci dà sicurezza, riequilibra, pacifica. Zusanli e la periferia organica, ancora non siamo pronti per il centro. Ma sono io, siamo noi o è lui a non essere pronto? Probabilmente nessuno lo è, per ora il canale del cuore lasciamolo stare, meglio così. E tu, alieno paziente, lontano, pian piano divieni fratello. Nei giorni ti conosco, di te ora mi colpisce lo sguardo, non il tuo corpo scarno. Ora ti vedo, ti sento. Entro di più in terapia. Ora ci sono un pochino di più. Le suore lo vedono questo mio amore che cresce, questo mio folle desiderio di cura. Tu, paziente, lo desideri, attendi che ci si occupi di te. Noi vogliamo provarci. Noi vorremmo riuscire. Quasi non osiamo dirlo ma vorremmo aiutarti un po’. E così pungiamo, e così non ci fermiamo per tutto il giorno, fin tardi la sera. I pazienti aumentano, le suore ci accettano, non sai ma sorridi, sì, tu qui matto dottore italiano seduto su questa assurda brandina di fianco a me, sorridi con gli occhi e col cuore. E ci siamo, e ci proviamo, per quel tanto che vale, per quel tanto che possiamo.

E un giorno succede, ne abbiamo parlato fra noi e abbiamo deciso, così ora lo pungo, Shenmen, sette cuore.