Il Volto del Sovrano

Carlo Moiraghi e Paola Poli  

 

FIGURA 1

Dal 16 al 19 maggio 2019 abbiamo partecipato al XI° Congresso Internazionale di Agopuntura Medica FILASMA a Queretaro, in Messico centrale, giornate indimenticabili in cui scienza e medicina integrata si sono accomunate alla piena accoglienza, ospitalità, amicizia, del comitato organizzatore e della popolazione messicana.

Lunedì 20 maggio, giornata libera prima del ritorno, abbiamo visitato un paese ad una cinquantina di chilometri di distanza da Queretaro, Bernal, che dà nome al monolito che lo sovrasta, la Peña di Bernal appunto, la Pietra di Bernal (Figura 1). Si trova a 2510 sopra il livello del mare.

Dopo la Rocca di Gibilterra e il Pan di zucchero di Rio de Janeiro, per altezza è il terzo monolite del mondo, misura 350 metri.

 

FIGURA 2

 

Sacralità e vitalità sono ben palpabili qui, accentuate della globale forma ad elefante del monolite, immenso arcaico animale pietrificato, evidente osservando da settentrione (Figura 2).

 

 

 

FIGURA 3

FIGURA 4

Alle pendici del monolite è stabilmente attivo il Bernal Pueblo Magico, un funzionale servizio di visita ad alcune piccole grotte vissute dai tempi arcaici, l’ultima cultura che le abitò risulta datata all’incirca 1000 anni fa, in pratica gli avi degli attuali Otomi Chichimecas de Tolimán (Figura 3).In una di queste grotte è ben visibile una piccola e schematica pittura rupestre di colore rosso che raffigura un uomo in contatto con il cielo (Figura 4).

 

 

In un’altra grotta, ritenuta la dimora dello sciamano e ricca di anfratti e sporgenze di sapore onirico, (Figura 5.1), è contenuta una sorta di poltrona rupestre per gestanti, in cui sono state rivenute tracce di liquido amniotico (Figura 5.2). 

 

FIGURA 5.1                                     

La Peña di Bernal è dunque un luogo ben conosciuto, studiato e visitato, ed è considerato anche curativo.

FIGURA 5.2

La popolazione di Bernal è infatti famosa per la longevità e la tradizione vuole che sia proprio questo monolite meglio, in questo monolite, il segreto della lunga vita, un enorme cristallo per altro mai individuato. 

Dai tempi antichi una delle feste sacre qui più partecipate è l’equinozio di primavera, quando ancora oggi si radunano migliaia di persone, messicani e stranieri.

Nel 2007 questo monolite è stato inserito fra le tredici meraviglie del mondo dalla Segreteria del Turismo Messicano, nel 2009 è stato inserito nel Patrimonio Immateriale dell’Umanità dell’UNESCO con la motivazione: Quale luogo di memoria e tradizioni vive del popolo degli Otomi Chichimecas de Tolimán: La Peña de Bernal, custode di un territorio sacro.

Pure, in questo luogo ameno dai risvolti turistici qualcosa non torna.

Paola ed io non siamo riusciti a comprendere come sia possibile che non si dica nulla di un’evidenza macroscopica.

Sulla faccia occidentale del monolite, sul versante che sovrasta le grotte e l’intera regione a perdita d’occhio, vi è un enorme e preciso intaglio rettangolare dalle dimensioni, a occhio e croce, di almeno un centinaio di metri e della profondità di vari metri, che raffigura un volto umano.

FIGURA 6

Lo distingui anche da lontano perché la pietra in cui è intagliato è piana e levigata e quindi risulta più chiara del resto del monolite, la cui roccia per contro è piena di asperità e fenditure e ombre che la rendono di un colore grigio più scuro ed opaco (Figura 6)

Il netto e lineare intaglio verticale nella roccia del bassorilievo chiarisce come non si tratti di effetti naturali, ma di opera umana di cui nulla sappiamo  

Gli occhi, formati da due grandi incavi, sono ancora oggi anneriti dalle fuliggini dei millenari falò che li rendevano fiammeggianti nelle notti dei sacri rituali.

Riteniamo che gli incavi oculari e la bocca fossero i principali luoghi dei riti, delle funzioni e dei sacrifici.

 

FIGURA 7

 

Le evidenti strisce scure che fuoriescono dagli occhi e tingono di scuro la roccia discendendo linearmente lungo l’intero volto, fiancheggiano il naso raggiungendo e oltrepassando la bocca, sono i residui dei fiumi di ceneri e di altri scarti che nei millenni dei fuochi rituali hanno impregnato questa piana liscia pietra scoscesa. Sembrano lacrime. Sarebbe interessante farne analisi alla ricerca di residui organici, probabili in caso di sacrifici animali ed umani (Figura 7).

 

FIGURA 8

Il bordo di pietra dell’intaglio del volto ne incornicia la fronte e le guance  in un’ampia capigliatura agghindata a treccia. Anche qui nella chioma  ardevano i falò e illuminavano a giorno il volto durante le notti sacre (Figura 8).

A ben vedere, dalla direzione prospettica delle sottostanti grotte, ove già esistevano arcaici insediamenti, è l’intero monolite a fare da imperiale corona al volto di pietra. Dunque, un Volto Sovrano, il Volto del Sovrano.

Nel corso dei tanti millenni il Volto del Sovrano ha subito il destino che accomuna simili millenarie opere monumentali presenti nel mondo, andare lentamente in rovina, essere dimenticati, venire lesionati dal tempo e dalle intemperie, venire ricoperti dalla vegetazione, subire la violenza degli invasori di turno, sempre tesi a distruggere le vestigia sacre dei popoli sottomessi.  

Le labbra sporgenti, luogo centrale degli altari e delle funzioni sacre, sono rovinate verso valle, ne distingui pietroni sconnessi nella vegetazione poco sotto il bassorilievo. Anche gli occhi come detto sono semi distrutti, eppure globalmente gli equilibri e i lineamenti del volto permangono.

FUGURA 9

Proprio l’estrema linearità del bassorilievo l’ha infatti in parte preservato dagli insulti dei tanti millenni. 

Questa monumentale opera umana, immenso profondo bassorilievo, è da sempre davanti agli occhi di tutti ma, abbiamo fatto qualche indagine e brevi ricerche, non risulta se ne sia segnalata la fattura umana, che pure salta agli occhi fin dalla prima osservazione. È considerata conformazione naturale nonostante l’evidente contrasto rispetto al resto del monolite. A riprova della sua fattura umana, a valle del versante meridionale del monolite è situata una smisurata piana di sassi, il deserto di Bernal, che a nostra avviso in parte può essere considerato non altro che la principale discarica dell’enorme volume di roccia asportata dalla montagna per ricavarvi il volto (Figure 9).

 

FIGURA 10.1

FIGURA 10

Addentrandoci in queste valutazioni, ci ritroviamo in due complesse questioni. Da un lato pare impossibile che l’evidente fattura umana di questa parte del monolite non sia stata colta e segnalata. A conferma, e per limitarci alle evidenze macroscopiche, sulla parete meridionale del monolite, alla sua base, è evidente un volto anch’esso artefatto, una maschera ritagliata nella roccia con precisi e simmetrici intagli cuneiformi che ne danno forma agli occhi, l’uno spalancato e l’altro socchiuso, fra i quali affiora un naso piatto e marcato. Ad avvallare la fattura umana della maschera è da notare come questo atteggiamento asimmetrico degli occhi ritorni in maschere locali in cui i due emivolti sono rappresentato in modo diverso, l’uno con le parti molli, l’altro unicamente con le parti scheletriche (Figure 10, 10.1).

Ritornando all’enorme bassorilievo del volto a occidente, non possono sussistere dubbi sulla sua fattura umana.

Dunque, perché mai venga passata sotto silenzio ancora ci viene da domandarci ma sulle prime non troviamo risposte evidenti.

 

Da altro lato ci poniamo domande di archeologia preistorica, paletnologia, come oggi viene preferibilmente chiamata la scienza che studia le culture umane preistoriche e protostoriche attraverso l’analisi di reperti materiali.

La maschera sulla parte meridionale, composta com’è di pochi tratti, può appartenere a qualsiasi epoca preistorica e ad una cultura di media capacità realizzativa.

Ma quale enorme volume di pietre è stato necessario asportare per creare il bassorilievo, come è stato possibile farlo, come è stato possibile trasportarlo a valle, nell’attuale deserto di Bernal? Ancora domande senza risposte.

Quanto alla datazione di questo arcaico monumento anzitutto chiariamo come tutta la datazione archeologica dell’America latina ci lasci perplessi e crediamo verrà progressivamente retrodatata.

Riteniamo infatti che vada ridimensionata la precisione del metodo di datazione Carbonio 14 che data infatti quest’ultimo, la presenza di materiale organico, che però può essere ben posteriore all’opera litica in valutazione, specie nel contesto ambientale amerindo, nella giungla.

FIGURA 11

FIGURA 11.1

Vanno anche qui ricordate le leggende secondo le quali gli indigeni conoscessero formule erboristiche in grado rendere facilmente malleabili le pietre e poi di indurirle nuovamente. Risulta ad esempio che Padre Jorge Lira in parte lo dimostrò alla fine del XX secolo utilizzando una pianta locale di nome Jotcha. In effetti questi megaliti perfettamente incassati l’un l’altro presentano nei punti di reciproca unione particolari forme arrotondate e bombate che non si riscontrano in analoghe opere megalitiche di altri continenti e possono fare pensare a sconosciuti  interventi di alchimia erboristica (Figura 11, 11.1).  Viene così il sospetto che per questi monoliti trattati con simili metodiche alchemiche erboristiche, la datazione con il Carbonio 14 possa pienamente fallire e fuorviare, datando processi carbonici di cui nulla sappiamo e che possono essere rimasti attivi per tempi a noi del tutto sconosciuti ben dopo la costruzione delle ciclopiche muraglie.

Anche data la differenza del contesto ambientale, qui pienamente secco e tendenzialmente arido, privo cioè di giungla e delle sue infinite qualità di piante, nulla di simile riguarda il Volto del Sovrano di Bernàl, che a nostro parere può appartenere a quelle straordinarie opere monolitiche di cui non siamo assolutamente in grado di comprendere le modalità della fattura, come le piramidi e la sfinge egizie, ad esempio.

Ci ritroviamo quindi a pensare a quella abbondante decina di migliaia di anni prima di Cristo in cui gli uomini sapevano creare opere che oggi noi, pur con tutta la nostra tecnologia, non sapremmo neppure progettare. La nostra ipotesi per questo Volto Sovrano rimanda quindi a quei tempi.

Chissà quando, 20000 o 15000 anni fa, in quella che taluni chiamano  epoca atlantidea, nella parte inferiore della parete occidentale della Peña di Bernal venne intagliata un enorme liscio bassorilievo a forma di volto umano, che visto dall’insediamento rupestre risultava circondato a corona dalle vette del resto del monolite, il Re Monte, forse la Regina Montagna.

Come avvenne lo ignoriamo del tutto, ma altro era il mondo, altro l’uomo,  altra la metodologia umana, in cui la capacità mentale aveva spazio centrale. Vigeva, risulta, una a noi sconosciuta tecnologia psichica dalle estreme capacità esecutive. In ogni caso nei modi loro propri gli uomini crearono il Volto del Sovrano che in seguito, nel succedersi dei millenni,  venne adorato da un’infinita successione di culture messicane.

Quanto alla nostra breve osservazione, riconosciamo come la sconosciuta cultura umana che lo creò poco dovette avere avuto a che fare con la ben posteriore cultura che probabilmente intagliò la maschera a meridione, e con le successive culture, posteriori di varie migliaia di anni, che pressochè ininterrottamente abitarono le grotte alle propaggini del monolite in questi ultimi millenni, in pratica gli avi degli attuali Otomi Chichimecas de Tolimán.

Scolpito nella notte dei tempi, il Volto del Sovrano di Bernal rappresenta una pagina davvero unica nel panorama mondiale della più arcaica preistoria umana. Venne onorato fin dalle radici stesse delle culture messicane, le società che precedettero le grandi culture precolombiane, atzeche, maya, incas. Poi giunsero le grandi colonizzazioni europee. Spagnoli e portoghesi depredarono e annientarono ogni cultura e popolazione amerinda allo stesso modo in cui in seguito altri europei seppellirono la cultura e la popolazione americana con la stessa intransigente mortale ferocia. Non furono colonizzazioni ma puntuali complete distruzioni, eppure il Volto del Sovrano, seppur rovinato, rimase.

Siamo a circa 500 chilometri di distanza dall’Oceano Pacifico e a circa 5800 chilometri da Rapa Nui, l’Isola di Pasqua, le cui scure e silenziose figure Moai sfiorano la mente di fronte a questo immenso Volto del Sovrano che dalla Peña di Bernal da sempre, da prima del nostro mondo, per sempre domina il mondo.   

Noi siamo medici e non archeologi, tantomeno paletnologi. Volevamo segnalare queste nostre intuizioni, osservazioni, valutazioni, certezze e l’abbiamo fatto.

Ora speriamo che queste poche righe e quanto intendono vengano raccolte da esperti del settore e che valgano a sviluppare interesse a riguardo e ad  avviare studi e ricerche che siamo certi restituiranno arcaici panorami e orizzonti messicani dimenticati sulle fondamenta e sui cuori antichi dell’umanità tutta.

Infine, sia chiaro che, quando venga avvallata, questa nostra ipotesi si trasformerebbe in una scoperta di enorme valore.

Non risultano infatti nelle Americhe manufatti umani di tali proporzioni risalenti a quella notte dei tempi. Le piramidi amerinde, ad esempio, a paragone sono alquanto recenti.

Il Volto del Sovrano si rivelerebbe praticamente unico anche sotto questo avviso.

A ben vedere, proprio questa sua particolarità nel continente americano ci pare l’unica motivazione che ha finora impedito di riconoscere il Volto Sovrano quale creazione umana. Un’opera di questa portata non dovrebbe esistere in Messico e quindi non esiste, e se non esiste risulta di certo impossibile vederla e riconoscerla, una semplice questione di inerzia culturale.

Del resto la storia insegna. Nel deserto di Giza l’esercito dei Mamalucchi si esercitava sparando cannonate contro un macigno che emergeva dalle sabbie. Era la testa della Sfinge, fino ad allora dimenticata.  

 

English Version

La Peña de Bernal, near Queretaro, Mexico, by height is the third monolith in the world, after the Rock of Gibraltar and the Sugarloaf of Rio de Janeiro. On its western side an enormous and precise rectangular carving with dimensions of at least a hundred meters and a depth of several meters, forms a bas-relief that represents a human face. The clear and linear vertical carving in the bas-relief rock makes it clear that this is a prehistoric human work of which we know nothing. Downstream of the southern slope of the monolith, a vast plain of stones, the Bernal desert, is partly the main dump of the enormous volume of rock removed from the mountain to get your face. From the perspective direction of the underlying caves, where archaic human settlements existed, the peaks of the entire monolith crown the face of the stone, therefore, the Face of the Sovereign.

This monumental human work has always been before everyone’s eyes, but it is hidden and considered a natural conformation despite the obvious contrast with the rest of the monolith.

In terms of palethnology, as today prehistoric archeology is preferably called, the references can be those 15,000 years ago when men created works in the world that today even with all our technology, we would not even know how to design.

When it is approved, this hypothesis of ours would turn into a discovery of enormous value.

In fact, in the Americas there are no human artifacts of such proportions dating back to that time. The Amerindian pyramids, for example, are quite recent in comparison. The Face of the Sovereign of the Peña of Bernal would prove to be unique even under this view.

 

Spanish version

La Peña de Bernal, cerca de Querétaro, México, por su altura es el tercer monolito en el mundo, después del Peñón de Gibraltar y el Pan de Azúcar de Río de Janeiro. En su lado occidental, un enorme y preciso talla rectangular con dimensiones de al menos cien metros y una profundidad de varios metros, forma un bajorrelieve que representa un rostro humano. La talla vertical clara y lineal en la roca de bajorrelieve deja claro que se trata de un trabajo humano prehistórico del que no sabemos nada. Aguas abajo de la ladera sur del monolito, una vasta llanura de piedras, el desierto de Bernal, es en parte el basurero principal del enorme volumen de roca extraída de la montaña para obtener su cara. Desde la dirección en perspectiva de las cuevas subyacentes, donde existían asentamientos humanos arcaicos, los picos de todo el monolito coronan la cara de la piedra, por lo tanto, la Cara del Soberano.

Esta monumental obra humana siempre ha estado ante los ojos de todos, pero está oculta y se considera una conformación natural a pesar del evidente contraste con el resto del monolito.

En términos de paletnología, como se llama preferiblemente la arqueología prehistórica, las referencias pueden ser las de hace 15.000 años cuando los hombres crearon obras en el mundo que hoy, incluso con toda nuestra tecnología, ni siquiera sabríamos diseñar.

Cuando se apruebe, esta hipótesis nuestra se convertirá en un descubrimiento de enorme valor.

De hecho, en las Américas no hay artefactos humanos de tales proporciones que se remontan a ese tiempo. Las pirámides amerindias, por ejemplo, son bastante recientes en comparación. El Rostro del Soberano de la Peña de Bernal resultaría ser único incluso bajo esta visión.